0

Chi posso aiutare come coach ?

Te  lo sei mai chiesto ?

Chi aiuta un coach ? Cosa fa esattamente ? E’ un motivatore ? E’ qualcosa di simile ad uno psicologo ?

Queste sono le domande  che di solito ci si pone a proposito dei coach, le risposte ?

Le avrai a breve continuando a leggere.

 

Chi aiuta un coach ? E cosa fa esattamente ?

La risposta è semplice: può aiutare chiunque. E questo è tutt’altro che un delirio di onnipotenza, mi spiego meglio. 

Quello che fa il coach è semplicemente “entrare” nell’esperienza del suo coachee e da lì operare per fornirgli più possibilità di comportamento e di scelta.

Questo significa capire come il coachee si rappresenta la sua personale visione o rappresentazione del mondo e operare solamente su quella, il contenuto è poco importante. Lavorando sulla struttura, si modifica anche la percezione che la persona ha del medesimo evento e di conseguenza il modo in cui reagisce all’evento, dunque i modi in cui può reagirvi.

“Niente è più simile all’identico di ciò che è uguale alla stessa cosa”

Aldo, Giovanni e Giacomo.

Se io ho tante informazioni sul contenuto, rischio di concentrarmi più su quello che sulla struttura dell’esperienza e quindi essere poco efficace e protrarre gli incontri all’infinito (ricorda per caso qualche approccio molto diffuso ?).

Paradossalmente, e qui entra in gioco la citazione, di un certo livello, di Aldo, Giovanni e Giacomo, se io mi fermo sul contenuto e ho un contenuto simile nel mio bagaglio personale, rischio di scambiare i due eventi (tendenzialmente molto diversi tra loro, almeno nella struttura) per identici e quindi generalizzare e fare la stessa identica cosa che ho fatto per lavorare con il precedente (sia ben chiaro che la cosa a volte può essere utile).

Mi spiego meglio:

Facciamo finta per un momento di essere un meccanico (se sei veramente un meccanico, fingi di essere un tuo collega).

9e3810761c089a4f7551a98403b9e21dOra, se ti portano una macchina a cui è finito l’olio motore sai esattamente cosa fare e fai sempre la stessa cosa giusto ? Controlli che non ci siano danni al motore e poi cambi l’olio o fai un rabbocco e tutto il resto.

Così facendo lavori benissimo, sei veloce ed efficace e i tuoi clienti sono soddisfatti (hai lavorato sulla struttura, eliminando tutte le informazioni di contorno che ti sono inutili).

Se però, anziché fare come sopra, appena arriva il cliente inizi a chiedere: “dove ha comprato la macchina ? Chi gliel’ha venduta ? Perché ha scelto questo modello ? Perché con questa conformazione di motore e optional ? Quante volte è andato al mare con questa macchina ? Quante in montagna ?…” e questo come preliminare, poi si arriva ad indagare la causa del problema: “mi dica un po’, lei ha fatto il controllo dei freni di recente ? Ha controllato la cinghia di distribuzione ? ha fatto questo ? Ha fatto quello ? Ha controllato il livello dell’olio di recente ?” Finito il tagliando della macchina, inizia con le domande sulle condizioni climatiche che c’erano la prima volta che ha avuto problemi con la macchina, sul perché ha avuto problemi con la macchina, sul piano ancestrale che ha portato quella persona in quel giorno in quella specifica officina, e qualche altra domanda inutile. Volendo puoi anche fare un’anamnesi medica del cliente, tanto ormai si sarà abituato a rispondere a domande inutili (a meno che si sia stufato e se ne sia andato, ma di solito chi fa tante domande inutili ha successo coi clienti, li fa sentire ascoltati).

Finito il terzo grado, arrivi alla conclusione che il problema è che c’è poco olio motore e va cambiato, quindi inizi a lavorare sul serio e 10 anni dopo hai sistemato un problema che richiedeva 30 minuti per essere archiviato (se ti fai pagare a ore nel frattempo sei diventato anche miliardario).

Nel secondo caso ti concentri di più sul contenuto, se hai un cliente paziente è un approccio che può funzionare, se è poco paziente, dopo 3 domande inutili è già andato da un’altra parte.

Il coach dovrebbe lavorare utilizzando il primo approccio, poche domande dirette e va subito al Schermata 2016-05-09 alle 17.21.39punto, lasciando perdere il grosso del contenuto, magari qualcosina lo chiede se ritiene sia indispensabile o se il cliente ci tiene a renderlo partecipe, se si dilunga troppo nel contenuto, siete liberissimi di andare da un’altra parte, nel 99% dei casi le domande sui perché sia successo qualcosa sono inutili per arrivare al dunque.

Per questo dico che il coach può aiutare chiunque, perché lascia perdere il contenuto inutile e si concentra sulla più utile struttura dell’esperienza soggettiva del cliente, lasciando perdere interpretazioni inutili e pareri personali.

In più il buon coach non fornisce MAI soluzioni, le soluzioni le tira fuori il cliente perché, come dice Bandler, “tutte le risorse di cui hai bisogno sono già dentro di te, ora”. Il coach ti aiuta solo a imparare a tirarle fuori quando servono.

Io personalmente ho aiutato, sapendo poco-niente sul loro vissuto o sul contenuto di quello che volevano affrontare in modo diverso, persone poco felici, persone che avevano problemi nell’apprendimento, persone che non erano tanto brave a relazionarsi con gli altri, persone che decidevano di stare male a comando, o che continuavano a riproporsi eventi poco felici del passato.

E il 99% di quelle persone è più grande di me, una buona maggioranza ha più del doppio dei miei anni.

Questo non vuol dire che io sia particolarmente bravo, vuol dire che lavorare solo sulla struttura è più che sufficiente. Non so quasi niente in più di quanto ho scritto sopra delle cose su cui ho lavorato coi miei clienti, molte delle cose che abbiamo superato insieme sono cose di cui non ho mai avuto esperienza diretta, se non nella misura in cui le ho sperimentate quando quelle persone mi hanno insegnato come fare quello che loro stesse facevano per star male, questo è uno dei punti di forza.

Non guardo al contenuto, guardo alla struttura; mi faccio insegnare a stare male per poi poter uscire da quella situazione, col cliente, nel minor tempo possibile, con la consapevolezza che ciò che abbiamo fatto funziona e continuerà a funzionare.

Ma soprattutto, tutto quello che faccio è rivolto al futuro, perché il bello del passato è che è successo.

Per questo un buon coach può lavorare con chiunque, di qualsiasi età e per qualsiasi cosa, perché lavora direttamente sull’esperienza soggettiva del cliente, lasciando perdere tutto quello che non gli è utile. 

E’ un motivatore ?

Non necessariamente. O meglio, dipende cosa si intende per “motivatore”.Schermata 2016-05-09 alle 17.48.44

Uno dei compiti del coach è quello di darti dei buoni motivi per continuare a sviluppare il nuovo comportamento che acquisisci e questo è imprescindibile.

Può anche essere un motivatore alla Sergente Hartman di Full Metal Jacket o un Al Pacino in “Ogni maledetta domenica”, dipende da cosa serve al cliente, con gli sportivi capita a volte di fare dei discorsi in questo stile o durante i corsi di fare cose in stile Anthony Robbins.

Ma il coaching non è solo questo, il coach non è solo motivatore, è anche motivatore.

Il coach, il buon coach, è quello che ti da una MOTIV-AZIONE, un motivo per agire, in questo senso, il coach è un motivatore.

E’ qualcosa di simile ad uno psicologo ?

Assolutamente no, il coach non è necessariamente anche psicologo o terapeuta, anzi, molto spesso non lo è. Quindi il confondere queste due figure è un errore da non fare.

Ma ci sono anche altre differenze sostanziali nei due approcci:Schermata 2016-05-09 alle 18.03.51

Il coach lavora dal presente verso il futuro, il passato gli interessa poco e solo nella misura in cui può influenzare il futuro. Lo psicologo lavora principalmente nel passato.

Al coach non interessano i perché e i percome sei arrivato dove sei, gli interessa dove vuoi andare e  come puoi arrivarci al meglio, lavorando sulla struttura per riuscire ad affrontare tutto al meglio e lasciando perdere quello che ti è poco utile e ti limita, andando semplicemente a modificarne la struttura soggettiva.

Lo psicologo si occupa di lavorare su quello che è successo, su cosa significhi e su come continuerà a manifestarsi il problema negli anni a venire, cercando di trovarne una causa, e una volta trovatala, lavorare sul cercare una soluzione, per portarti a stare bene in un presente imprecisato.

In somma, sebbene la PNL e il Coaching nascano dai terapeuti più bravi e di successo e dallo studio delle loro tecniche, l’approccio che hanno rispetto alla terapia, alla psicologia e altro è completamente differente e si occupano di aspetti della vita completamente diversi. Anche perché, ribadisco, il coach non è di solito terapeuta e quindi non può operare sul contenuto del passato, quello è compito dei terapeuti e degli psicologi che hanno studiato per quello e che lo fanno molto bene.

Un discorso simile vale per l’ambito dello sport. Lo psicologo dello sport si occupa di capire le dinamiche psicologiche che si evolvono durante la prestazione e dell’aspetto psicologico dell’atleta in generale, il mental coach si occupa di aiutare l’atleta ad utilizzare le risorse che gli servono in qualsiasi momento, indipendentemente da cosa stia succedendo intorno.

Spero di aver risposto in maniera esaustiva a quelle domande, per approfondimenti o dubbi, puoi commentare qui sotto o contattarmi via mail all’indirizzo a.simone@alessandrosimone.com

Grazie e buona giornata !

 

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *